La libertà di espressione e la Francia. Il caso Ottan e l’art. 10 CEDU.

Il ricorrente, sig. Ottan, avvocato, è stato il difensore del padre di un diciassettenne di origine straniera che, nella notte del 2 marzo 2003, durante un inseguimento stradale, veniva colpito ed ucciso da un poliziotto.

Quest’ultimo, a seguito di un procedimento penale, è stato prosciolto da tutte le accuse e, poco dopo la emanazione della sentenza, l’indicato legale, ha commentato, in un’intervista, che tali risultati processuali erano dovuti alla circostanza che la giuria era composta esclusivamente da uomini “bianchi” e, pertanto, non sufficientemente imparziale, essendo necessaria, una maggiore eterogeneità.

Per tale dichiarazione, l’Avv. Ottan, è stato citato a comparire innanzi alla Corte d’Appello di Montpellier, per aver contravvenuto ai doveri deontologici della professione, quali moderazione e sensibilità, avendo pubblicamente accusato la Corte di xenofobia e razzismo e, pertanto, a seguito di procedimento disciplinare, avverso lo stesso veniva emesso il provveimento più lieve, l’ammonizione semplice.

In seguito, quest’ultimo adiva la Corte EDU, per veder condannata la Francia ai sensi dell’art. 10 della Convenzione, poiché, a suo dire, tale provvedimento costituiva una violazione della sua libertà di espressione.

La Corte, per i seguenti motivi, ha accolto le doglianze dell’Avv. Ottan.

Invero, il provvedimento era stato prescritto dalla legge ed aveva  lo scopo di “proteggere” la reputazione o i diritti degli altri “e il mantenimento” dell’autorità e dell’imparzialità del potere giudiziario”, non godendo, peraltro, l’Ottan, dell’immunità che lo avrebbe tutelato all’interno dell’aula, per lo scopo di difesa del suo assistito.

Tuttavia, la Corte EDU ha ritenuto che, in alcune circostanze, la difesa può essere perseguita anche al di fuori del tribunale, attraverso i media, legittimamente, qualora le osservazioni non costituiscano grave attacco contro l’azione del Tribunale, non oltrepassino i limiti ammissibili, senza una solida base fattuale, qualora costituiscano fatti rilevanti all’interno di un dibattito pubblico e l’avvocato avesse fatto uso dei rimedi disponibili nell’interesse del proprio cliente.

Orbene, nel caso di specie, la Corte EDU ha rilevato che la dichiarazione dell’avvocato ha contribuito al compito di rappresentare il proprio cliente, tenuto conto che, in quanto parte civile, non aveva l’opportunità di promuovere appello avverso l’assoluzione del poliziotto e che, di conseguenza, la dichiarazione pubblica, effettuata dal legale, fosse parte di un approccio analitico che avrebbe potuto, eventualmente, persuadere il Pubblico Ministero, a promuovere tale azione, avendo, invece, quest’ultimo, pieno diritto.

In secondo luogo, la Corte EDU ha ritenuto che, dal tenore della dichiarazione pubblica del sig. Ottan, non emergesse un astio dello stesso nei confronti della Corte, nè di un giurato in particolare, o che avesse voluto espressamente accusarli di razzismo.

In realtà, i suoi commenti hanno posto l’attenzione su una più ampia discussione, inerente, la diversità nella selezione della giuria, formando un giudizio di valore su un dato fattuale, essendo in linea con dibattiti sia interni, sia internazionali (si pensi al caso del Nord America), essendo, al contempo, strettamente connesso al caso di specie.

Pertanto, pur riconoscendo che il riferimento alle origini dei giuristi o al colore della loro pelle potrebbe offendere alcuni membri del pubblico e le autorità giudiziarie, la Corte EDU ha ritenuto che le osservazioni fossero più simili a una critica generalizzata, sul  funzionamento del sistema di giustizia criminale e sociale, piuttosto che un diretto attacco alla giuria od alla Corte d’Assise.

Inoltre, per ciò che concerne il caso particolare, la Corte ha considerato, in primo luogo, che fosse necessario tener conto della situazione di tensione in cui era stato pronunciato il verdetto, e secondo, che i fatti non supportano la conclusione che ci sia stato un attacco al autorità e imparzialità del potere giudiziario tali da giustificare la condanna del ricorrente.

Infine, la Corte ha ritenuto che, sebbene la sanzione inflitta fosse la più leggera possibile, vale a dire, a “Avvertimento semplice” , questa non fosse comunque da considerarsi un aspetto banale per un avvocato.

L’ammonizione, quindi, doveva essere considerata come un’interferenza sproporzionata con il diritto del richiedente alla libertà di espressione e non necessaria in una società democratica.

Per quanto suesposto,  la Corte ha ritenuto che vi fosse stata una violazione dell’art. 10 della Convenzione, stabilendo, altresì, che la semplice constatazione di una violazione costituiva di per sé sufficiente ed equa soddisfazione, ai sensi dell’art. 41 CEDU.

I link utili per Ottan v. France:

Press release in lingua inglese.

Sentenza in lingua francese.

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