Detenzione carente di cure psicologiche, Belgio condannato.

Deferito alla Gran Chambre il caso Rooman versus Regno del Belgio.

Il ricorrente, René Rooman, è un cittadino belga e tedesco nato nel 1957 ed è detenuto in una struttura di protezione sociale a Paifve (Belgio).

Nel 1997 il sig. Rooman è stato condannato per furto e violenza sessuale. Durante la detenzione ha commesso ulteriori reati.

Il 16 giugno 2003 il Tribunale di primo grado di Liegi ha ordinato la sua detenzione in un istituzione psichiatrica. Il 21 gennaio 2004 il signor Rooman è stato ammesso alla struttura di Paifve. Il signor Rooman ha presentato una domanda iniziale di rilascio in prova. Il 27 gennaio 2006 il mentale Consiglio per la salute raccomandò di trovare un’istituzione che potesse ammetterlo e fornirlo terapia in tedesco, l’unica lingua che poteva capire e parlare. Dopo varie recensioni del suo situazione, il consiglio di salute mentale ha respinto la sua domanda di rilascio il 26 gennaio 2007, osservando che nel suo caso non esisteva alcuna istituzione che potesse soddisfare i requisiti di sicurezza e lingua.

Il 13 novembre 2013, il signor Rooman ha presentato domanda di rilascio per la terza volta. Nel gennaio 2014 un rapporto dalla struttura di protezione sociale di Paifve ha osservato che non parlava francese e aveva pochissimo contatto con i suoi colleghi pazienti e con il personale. Il rapporto concludeva che doveva rimanere in detenzione, citando tra l’altro i suoi “problemi di salute mentale non trattati”.

Il Consiglio ha respinto la domanda di rilascio del sig. Rooman a titolo sperimentale, ritenendo che i requisiti di un miglioramento del suo stato mentale e garanzie per la sua riabilitazione sociale non erano stati raggiunti e sottolineando che “il semplice fatto che lui parla solo tedesco non significa che la struttura di protezione non abbia adottato tutte le misure necessarie per fornirgli cura che le condizioni richiedono.

Il Consiglio Superiore di salute mentale ha confermato tale decisione. Nel giugno 2014 la Corte di Cassazione annullato la decisione del Consiglio Superiore di Salute Mentale sulla base del fatto che non aveva affrontato l’argomento del ricorrente secondo cui egli non avrebbe ricevuto cure adeguate alla sua situazione, in considerazione del fatto che parlava e capiva solo il tedesco e non c’erano membri dello staff di lingua tedesca disponibile nella struttura in cui si trovava.

Il caso è stato rimandato alla salute mentale superiore Consiglio di amministrazione, che il 22 luglio 2014 ha chiesto al Consiglio di salute mentale di nominare un gruppo di esperti tedeschi esperti per fornire un aggiornamento del rapporto psichiatrico esperto rilasciato nel gennaio 2009. Inoltre ha incaricato il capo della struttura di Paifve di adottare tutte le misure necessarie per garantire che le cure necessarie sono state rese disponibili, almeno fornendo i servizi di un parlante di lingua tedesca psichiatra e psicologo.

Nella sua sentenza della Camera del 18 luglio 2017, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha tenuto, all’unanimità, che c’era stata una violazione dell’articolo 3 (divieto di trattamenti inumani o degradanti) della Convenzione. La Corte ha rilevato in particolare che le autorità nazionali non avevano fornito adeguate cura per il detenuto a causa della mancanza di personale di assistenza che potrebbe parlare tedesco, l’unica lingua sapeva e una delle lingue ufficiali del Belgio. Ha ritenuto che il signor Rooman, che era stato detenuto per 13 anni senza un adeguato supporto medico o alcuna prospettiva realistica di cambiamento e sottoposto a un’intensa angoscia che supera il livello inevitabile di sofferenza inerente detenzione.

La Chambre, tuttavia, ha ritenuto che, invece, non vi è stata alcuna violazione di Articolo 5 § 1 (diritto alla libertà e alla sicurezza) della Convenzione. Ha sottolineato, in particolare, che lì era ancora un collegamento tra il motivo della detenzione del signor Rooman e la sua malattia mentale. Il fallimento di fornire un’assistenza adeguata, per ragioni estranee alla natura effettiva dell’istituzione in cui il ricorrente era stato trattenuto, non aveva violato quel legame e non aveva reso illegale la sua detenzione.

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