Negligenza e suicidio, Portogallo condannato dalla Cedu.

Il 7 marzo 2018 alle 9.15 si é tenuta l’udienza della Grande Camera nel caso, Fernandes de Oliveira v. Portogallo (numero 78103/14) che ha accertato la violazione dell’art. 2 Cedu da parte dello stato per il suicidio del figlio.

La signora Fernandes de Oliveira si è lamentata del fatto che le autorità portoghesi non avevano adeguatamente protetto la vita di suo figlio ed erano dunque state responsabili della sua morte, in violazione dei suoi diritti, ai sensi dell’articolo 2 (diritto alla vita). 

La ricorrente, Maria da Glória Fernandes de Oliveira, è una cittadina portoghese che vive a Ceira (Portogallo). Il figlio della signora Fernandes de Oliveira (nato nel 1964) soffriva di disturbi mentali e fu più volte ricoverato all’ospedale psichiatrico di Sobral Cid a Coimbra. Il 1 ° aprile 2000 è stato ammesso alla stessa istituzione, perché aveva tentato di suicidarsi. Il 27 aprile 2000 lasciò i locali senza avvisare le autorità ospedaliere e si suicidò saltando di fronte a un treno.

La signora Fernandes de Oliveira ha presentato ricorso civile per danni all’ospedale, sostenendo che suo figlio avrebbe dovuto essere sotto controllo medico e che il personale dell’ospedale avrebbe dovuto impedirgli di lasciare i locali. La sua richiesta è stata respinta dal tribunale amministrativo di Coimbra, così come il suo ricorso alla Corte suprema amministrativa, con la motivazione che il suicidio non era prevedibile e che l’ospedale non aveva violato alcun obbligo di diligenza.
La domanda è stata presentata alla Corte europea dei diritti dell’uomo il 4 dicembre 2014. Basandosi in particolare sull’art.2 (diritto alla vita) della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, la signora Fernandes de Oliveira lamenta che le autorità non hanno protetto la vita di suo figlio ed sono state responsabili della sua morte. Si lamenta anche della lunghezza dei procedimenti che ha intentato contro l’ospedale davanti ai tribunali nazionali. 
Nella sua sentenza della Camera del 28 marzo 2017, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha ritenuto, all’unanimità, che vi era stata una violazione degli aspetti sostanziali e procedurali dell’articolo 2 della Convenzione.
Il 18 settembre 2017 il caso é stato rinviato alla Grande Camera.
Equa soddisfazione liquidata: EUR 703,80 (danno materiale), EUR 25.000 (danno non patrimoniale) e EUR 409 (costi e spese).

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